I Grandi Vini

E del progetto sperimentale Wine Research Team… e di molto altro ancora!

Mai quanto ora il panorama vinicolo si sta modificando, sollecitato da un lato dalle sfide climatiche – andamento insolito del meteo, nuovi parassiti – e, dall’altro, da una tecnologia che permette di raggiungere risultati sinora impensabili. Vitigni resistenti e lavorazioni all’avanguardia promettono di cambiare il futuro enoico sia nazionale che estero.

Ne abbiamo parlato con Nicola Biasi, coordinatore tecnico del progetto Wine Research Team, fra le realtà più sperimentali in Italia. Si tratta di un gruppo di 28 aziende che punta a sviluppare un approccio scientificamente sostenibile sotto la guida di Riccardo Cotarella e di un comitato di esperti quali il Professor Scienza, Fabio Mencarelli e Riccardo Valentini con la presidenza di Vincenzo Tassinari.

WRT: Quali gli obiettivi per il futuro dell’organizzazione?

“Gli obiettivi del WRT sono quelli di ricercare e sperimentare tecniche viticole ed enologiche che ci aiutino a migliorare la qualità dei vini ma che garantiscano allo stesso tempo una sostenibilità ambientale, umana e naturalmente anche economica. Vorrei riuscire a creare un protocollo altamente qualitativo e realmente sostenibili certificato da un ente terzo”.
Sostenibilità in vigna e in cantina. Su cosa state lavorando?

“Quest’anno andremo in impianto con 14 ettari sperimentali di nuovi portainnesti resistenti alla siccità. La ricerca sui portainnesti si è fermata all’inizio del secolo scorso ma adesso le condizioni sono cambiante: ad esempio, l’irrigazione è stata ammessa anche in numerose Docg dove un tempo era vietata. Il fatto che la si possa utilizzare non significa però che vada sprecata: da qui l’idea di sperimentare su larga scala e su diversi areali – dal Piemonte alla Puglia, dalla Barbera al Negroamaro – una nuova serie di portainnesti. In cantina stiamo lavorando molto sulla riduzione/eliminazione dei solfiti con un processo basato sulle temperature di vinificazione e sull’utilizzo di gas inerti con processi basati sulla fisica e non sulla chimica. Oltre questo abbiamo un progetto interessantissimo sui lieviti indigeni, qualcosa di veramente innovativo ma sul quale non posso dire altro per ora”.
Da un lato Vinitaly introduce quest’anno un premio per i vini “green”, dall’altro Bruce Sanderson, caporeddatore di Wine Spectator, ne prevede un declino. Come è possibile?

“Penso che ci sia molta confusione e che il consumatore si stia infastidendo. Credo che la sostenibilità sia il futuro e che sia un obbligo per tutti i produttori. Ovviamente si possono ridurre i trattamenti, eliminare i diserbi, eliminare o ridurre la solforosa ma solo con un approccio altamente scientifico e basato sulla conoscenza. Il vino è opera dell’uomo che segue e indirizza un processo biologico molto complesso. Naturalmente logica e razionalità devono essere sempre ben presenti nella mente del viticoltore e la qualità dei vini deve restare alta. Il consumatore non accetta più vini difettati giustificati come naturali”.

Quest’anno dovrebbe entrare in commercio il tuo progetto personale, il Vin del la Neu. Ci racconti come nasce?

“Il Vin de la Neu nasce nella mia mente molto tempo fa ma è solamente il 12 ottobre 2013 che diventa realtà. Quel giorno abbiamo vendemmiato per la prima volta un vigneto di Johanniter (un ibrido resistente alle malattie crittogamiche recentemente autorizzato anche in Italia, ndr) piantato a quasi 1 000 metri d’altezza sulle Dolomiti in Val di Non – una zona che tutti conosciamo per le mele. I miei nonni al rientro dall’Australia costruirono la loro casa qui e qui crebbe mio padre, anche lui enologo, col quale ho deciso di avviare questa avventura. Il giorno delle vendemmia nevicò, cosa davvero insolita per metà ottobre. Raccogliemmo sotto la neve e battezzammo il vino come vino della neve o, in dialetto noneso, Vin de la Neu”.

In due parole : com’è il Vin de la Neu?

“Fresco, con una spiccata acidità, salato. Sono convinto che i grandi vini debbano essere basati sulla bevibilità e l’eleganza: devono portarti a volere il secondo bicchiere”.

Un vitigno insolito il Johanniter. Da dove ti è venuta l’idea di questo vitigno, rispetto ad altri?

“Cercavo qualcosa di diverso, di innovativo e altamente sostenibile. Il Johanniter è un ibrido resistente che permette di eliminare i trattamenti contro le malattie della vite: i boschi delle Dolomiti meritano di essere preservati. Tra gli ibridi ho scelto questo perché tra i genitori c’è il Riesling, vitigno che amo molto, e che speravo potesse dare acidità e longevità al vino. Cosa che si è avverata”.

Anche Gaja si è recentemente espresso su vitigni resistenti e nuove tecniche genetiche che ha definito la “salvezza del vino italiano”. Che ne pensi?

“Va precisato che ibridi resistenti e Ogm sono due cose diverse perché l’ibridazione avviene per impollinazione e quindi diciamo in modo più naturale mentre i secondi sono incroci di laboratorio. Questo non significa che io sia contro gli Ogm ma sono due cose diverse. Detto questo, credo che siano molto interessanti sopratutto per le zone nuove o per progetti nuovi come il mio. Non credo però che possano facilmente svilupparsi in territori storicamente basati sulla viticoltura. Vi immaginate un Brunello fatto con qualcosa che non sia Sangiovese? O un Barolo fatto con un nuovo vitigno?”

Infine: Tachis. Hai esperienze in varie parti d’Italia e del mondo e hai lavorato anche sulla costa, a Bolgheri; conosci la zona e puoi contestualizzare meglio il suo operato: in cosa Tachis è stato veramente rivoluzionario?

“Credo che Tachis abbiamo rivoluzionato l’enologia italiana mescolando i vini. Ma è quello che sta sotto la tecnica del taglio che lo ha portato a stravolgere letteralmente il mondo del vino italiano. Unendo diversi vini riusciva a migliorarne la qualità ma non solo: li rendeva piacevoli da giovani ma con un importante potenziale evolutivo in bottiglia. Ecco, secondo me la svolta sta in questo. Decenni fa i vini da giovani erano spesso troppo duri e acerbi e quindi non piacevoli mentre oggi la tendenza è quasi opposta: spesso sono fin troppo pronti e non durano negli anni”.

 

Autore: Irene Graziotto

Fonte: I grandi vini

Link: http://www.igrandivini.com/con-nicola-biasi-abbiamo-parlato-dei-cambiamenti-del-panorama-vinicolo/